La Consulta - secondo quanto appreso dall'ANSA - ha bocciato il 'lodo Alfano' per violazione dell'art.138 della Costituzione, vale a dire l'obbligo di far ricorso a una legge costituzionale (e non ordinaria come quella usata dal 'lodo' per sospendere i processi nei confronti delle quattro più alte cariche dello Stato). Il 'lodo' è stato bocciato anche per violazione dell'art.3 (principio di uguaglianza). L'effetto della decisione della Consulta sarà la riapertura di due processi a carico del premier Berlusconi: per corruzione in atti giudiziari dell'avvocato David Mills e per reati societari nella compravendita di diritti tv Mediaset.
La decisione della Corte Costituzionale di dichiarare l'illegittimità del 'lodo Alfano' é stata presa a maggioranza, secondo quanto apprende l'ANSA da fonti qualificate. Il 'verdetto' della Corte costituzionale sarà ufficializzato a breve dalla Consulta con un comunicato.
Mara Carfagna
da REPUBBLICA.IT
L’AQUILA — Avevano compilato le schede di valutazione, individuato le «criticità», elencato gli interventi da effettuare e persino l’entità dei fondi da stanziare. Ma quelle indicazioni fornite nel 2005 dai tecnici della Protezione civile dell’Abruzzo guidati dall’ingegner Pierluigi Caputi sono rimaste sulla carta. E le decine di edifici inseriti nella lista di rischio sono venuti giù con la scossa della notte del 6 aprile, provocando in alcuni casi anche morti e feriti. La procura dell’Aquila acquisisce il carteggio finora segreto tra Regione ed enti locali, e apre il capitolo delle responsabilità dei pubblici amministratori. Perché quelle schede consentono di individuare chi doveva intervenire e invece non ha dato seguito alle segnalazioni. Basta scorrere la lista per capire quanto dettagliate fossero state le ispezioni. E basta guardare quel che resta dei palazzi del centro storico della città per capire che cosa non abbia funzionato.
L’esempio più eclatante è quello della scuola elementare De Amicis di San Bernardino. Il grado di vulnerabilità assegnato dagli esperti era 36, il più alto. Nella tabella sui livelli di pericolo erano previste tre opzioni: danno lieve, danno severo, collasso. E così il grado di resistenza assegnato nell’ipotesi di sisma più grave era 0,099, cioè nullo. Al di là dei numeri e dei calcoli matematici la conclusione era chiara: così come era costruito, il palazzo non avrebbe potuto resistere a un terremoto di forte intensità. Esattamente quello che è avvenuto, il tetto è crollato e le mura sono pericolanti. Stesso discorso per la casa dello Studente, per la prefettura, per l’ospedale San Salvatore. Perché anche in questi casi la «vulnerabilità» era stata ben evidenziata dai tecnici, ma gli enti gestori non hanno provveduto a sanare le carenze.
Nella relazione preliminare che dovrà essere esaminata dal procuratore Alfredo Rossini e dal suo sostituto Fabio Picuti è ricostruita la storia di un disastro purtroppo annunciato. Una devastazione della quale si chiederà conto nei prossimi giorni alle imprese edili che hanno costruito i palazzi senza rispettare la normativa e a chi avrebbe dovuto vigilare perché questo fosse evitato. «Nell’anno 2001 — è scritto nel documento — il Dipartimento della Protezione civile diffondeva a tutti gli enti pubblici i risultati di una sua campagna di indagine, svolta negli anni 1997-1999 relativa a valutazioni di vulnerabilità sismica su edifici pubblici, strategici e speciali ricadenti nell’Italia Centro-meridionale ». Ed ecco il passaggio chiave: «L’analisi era posta a disposizione dei soggetti pubblici proprietari di immobili per le eventuali attività di prevenzione». È proprio a questi «soggetti» che i magistrati chiederanno conto. Ma non solo. Nel documento si rintracciano gli indizi per individuare la catena di responsabilità. Perché si specifica che «gli obblighi di messa a norma degli edifici e infrastrutture destinati ai diversi usi resta, in termini generali, in carico ai singoli soggetti proprietari, così come peraltro ribadito dall’Ordinanza della presidenza del Consiglio 3274/2003 che avviava il programma generale di messa in sicurezza in relazione alla emanazione della nuova normativa tecnica per le costruzioni in zona sismica».
Ma la relazione fornisce anche altre informazioni utili all’indagine: «Nell’anno 2004 si avviava altresì una analoga indagine finalizzata alla migliore allocazione delle risorse finanziarie che man mano si sarebbero rese disponibili per la messa in sicurezza sismica degli edifici e delle infrastrutture di carattere strategico e rilevante. Anche tale attività vedeva il pieno coinvolgimento di tutti i soggetti proprietari di immobili, in una prima fase per l’individuazione e la caratterizzazione di massima degli edifici, e in una fase successiva per il reperimento della documentazione tecnica disponibile e per il supporto tecnico-logistico durante l’esecuzione dei sopralluoghi. Sulla base dei risultati di detta attività e delle priorità discendenti, negli anni 2005-2007 sono stati definiti (con fondi sia regionali che attribuiti dalle Ordinanze della presidenza del Consiglio dei ministri 3602/2004 e 3505/2005) due distinti programmi di verifica sismica delle strutture censite, attribuendo ai soggetti proprietari risorse per le verifiche di adeguatezza sismica rispetto alla nuova normativa». L’obiettivo è specificato: verifiche nel territorio regionale su circa 280 edifici e su circa 100 ponti e viadotti. Palazzi e infrastrutture che in molti casi non hanno retto al terremoto di dieci giorni fa.
(da CORRIERE.IT)
Le minacce del presidente del Consiglio all’informazione non sono né “battute”, né “sfoghi”, né ”gaffes”, come le hanno subito liquidate gran parte dei giornali e la totalità dei telegiornali. Sono l’ultimo atto della putinizzazione del regime italiota, di cui fa parte la sindrome di Stoccolma con cui le vittime principali - i giornalisti - la subiscono, la metabolizzano, la minimizzano e la digeriscono.
Non dimentichiamo che questo volgare tirannello, in quindici anni, è riuscito senza colpo ferire a far fuori Montanelli, Biagi, Santoro, Luttazzi, Mentana, Freccero e Funari, per citare solo i bersagli più illustri. Ha mimato il gesto del mitragliatore dinanzi a una giornalista russa che aveva osato fare una domanda all’amico Putin. Ha seppellito i pochi giornalisti che lo criticano, italiani e stranieri, sotto una grandinata di cause civili per risarcimenti miliardari. Ha mobilitato le ambasciate italiane per protestare contro i giornali stranieri che lo dipingono per quello che è. Ha imbottito la Rai di suoi dipendenti e altri ne infilerà nei prossimi giorni. Sta tentando di imbavagliare Internet con leggi penose quanto i loro autori (il suo vero dramma è la rete, visto che manda in onda in presa diretta le immagini delle sue cazzate in giro per il mondo, rendendo vane le censure dei suoi maggiordomi televisivi).
Ora addita pubblicamente i giornalisti del suo codazzo, in gran parte già sdraiati ai suoi piedi, come “nemici dell’Italia”. Monologa dinanzi a loro, vietando di fargli domande (come se ne avesse mai ricevute). Minaccia “azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali e di certi protagonisti della stampa” e ipotizza addirittura di dire “non guardate più una televisione”, lui che controlla due reti e due tg della Rai, tre reti e tre tg di Mediaset. Di fronte a questa deriva, gli appelli della Federazione della stampa e degli altri organismi di categoria, per quanto generose e doverose, sono del tutto inutili e sproporzionate alla gravità della situazione. L’Ordine dei giornalisti e la Fnsi dovrebbero invitare tutti gli iscritti a prenderlo in parola. Minaccia, “se le tv e le vignette e le cronache dovessero continuare”, di “non parlare più con nessuno”.
Benissimo: i giornalisti italiani disertino le sue finte conferenze stampa senza domande, all’estero e in Italia. Quando il ducetto è all’estero, ci saranno i giornalisti stranieri, che informeranno il mondo intero dell’assenza dei loro colleghi italiani. Quando è in Italia, resterà solo a cantarsele e suonarsele con Bonaiuti e i suoi dipendenti sparsi per gli house organ di famiglia. Solo una protesta corale e clamorosa della stampa libera, o di quel che ne resta, potrà finalmente costringere l’Unione Europea a fare ciò che oggi lo scrittore Antonio Tabucchi, presentando da Lucia Annunziata il nuovo libro di Antonio Padellaro, invocava a gran voce: un pronunciamento chiaro e netto sulla fine della democrazia in Italia.
(da VOGLIO SCENDERE.IT)
A Derya, 17 anni, la sentenza di morte è arrivata via sms: «Hai infangato il nostro nome — scriveva uno dei tanti zii — ora o ti uccidi o ti ammazziamo noi». A Nuran Unca, 25 anni, l'hanno detto i genitori, entrambi insegnanti. Lei ha resistito per un po', poi si è impiccata nel bagno di casa. Elif, invece, non ce l'ha fatta a togliersi la vita e ha deciso di scappare. Da otto mesi vive come una clandestina, costretta all'anonimato da un'assurda sentenza di morte emessa per aver rifiutato un matrimonio combinato. Sono solo alcuni dei tanti nomi di ragazze costrette al suicidio per motivi d'onore in Turchia. Un tempo venivano uccise dal fratello più giovane che se la cavava con qualche anno di galera, grazie alla sua età e alla legge che prevedeva forti attenuanti in casi del genere. Ma nel 2005, per avvicinarsi all'Europa, Ankara ha riformato il codice penale prevendendo l'ergastolo per il delitto d'onore. Così le famiglie sono corse ai ripari e, per non perdere due figli, hanno pensato di indurre le giovani ad uccidersi.
Il padre di una 14enne suicida mostra la foto della figlia (Corbis)
In poco tempo le percentuali dei suicidi si sono impennate. Soprattutto nel sud-est del Paese, l'area abitata dai curdi, profondamente influenzata dall'Islam più conservatore. Batman, una cittadina grigia e polverosa di 250mila anime, vanta il triste primato di morti sospette, tanto da essere citata da Orhan Pamuk nel romanzo Neve in cui un giornalista investiga sulla strana epidemia di suicidi tra le adolescenti. Ma il fenomeno dilaga ormai anche nel resto del Paese. Nella moderna Istanbul, per esempio, si conta un delitto d'onore a settimana. Sui suicidi dati certi non ce ne sono, si parla di centinaia di casi. Gli esperti sostengono che l'emigrazione dei curdi verso le grandi città porta a un'esasperazione del conflitto tra modernità e tradizione.
Le teenager scoprono Mtv, i jeans stretti, le feste, l'amore. Basta un'occhiata a un ragazzo o una gonna troppo corta e il loro destino è segnato: il consiglio di famiglia si riunisce e le condanna a morte. «Questo scontro di civiltà — ha spiegato a una troupe della britannica Channel Four Vildan Yirmibesoglu, capo del dipartimento dei diritti umani a Istanbul - sta rendendo la situazione ancora peggiore. Aumenta la pressione sulle donne perché rispettino i dettami conservatori della tradizione. E, chiaramente, ci sono più tentazioni». Ogni giorno decine di giovani bussano alla porta di Ka-mer, il centro fondato nel 1997 da Nebahat Akkoc per aiutare le donne in pericolo. La sede di Diyarbakir ha le pareti color corallo e una poltrona di pelle dove le ragazze sprofondano raccontando la loro storia. L'associazione le aiuta a trovare una casa-rifugio e a rivolgersi a un tribunale. Per rendere le cose più facili è stata creata anche un'hotline, ma telefonare e denunciare la propria famiglia può diventare improponibile nella regione curda dove, secondo i dati delle Nazioni Unite, si stima che il 58% delle donne sia vittima di abusi e che il 55% sia analfabeta. Vista da qui l'Europa appare ancora più lontana.
(da CORRIERE.IT)
MARCO TRAVAGLIO - PASSAPAROLA
Buongiorno a tutti.
Chi di noi ha avuto la sfortuna di essere sintonizzato su Canale 5 ieri a mezza sera, avrà notato uno spettacolino degno della Korea di Kim Il Sung, una specie di monumento equestre in versione televisiva a Bettino Craxi, nel nono anniversario della sua scomparsa.
Un filmino messo insieme da alcuni suoi ex famigli e ovviamente trasmesso in pompa magna, è il caso di dirlo, da Mediaset.
E' chiara la devozione di Mediaset al suo santo protettore: senza Craxi, Berlusconi non sarebbe dov'è, Mediaset non sarebbe lì visto che è sopravvissuta alle varie violazioni di legge che prima Fininvest e poi Mediaset hanno perpetrato in barba alle normative nazionali, europee, alla Corte Costituzionale, eccetera.
Grazie al padrinaggio di Craxi e poi al padrinaggio dello stesso Berlusconi che poi è andato in politica a sostituirlo.
Si comprende la ragione per cui Mediaset e Fininvest e il mondo Berlusconiano sono così affezionati allo scomparso leader pregiudicato e latitante.
La cosa interessante è che probabilmente nemmeno Mediaset si era mai ridotta così male, si era mai abbassata e umiliata a tal punto, nella sua campagna revisionista e negazionista di quello che è avvenuto nella storia italiana negli ultimi quindici-vent'anni.
Si provava imbarazzo persino per Mediaset, ieri sera, nel vedere scorrere quella specie di vita dei Santi, quella specie di agiografia di Santa Maria Goretti con gli occhiali e il garofano.
Purtroppo, molti di quelli che hanno visto quella cosa, spero pochi grazie alle vacanze, erano persone che hanno dimenticato, altri sono persone che non hanno mai saputo, altri sono persone che non c'erano perché sono giovani e quindi non hanno gli strumenti per verificare.
Forse è il caso di mettere qualche puntino sugli “i” per evitare gli effetti collaterali di queste vere e proprie armi di distruzione di massa intellettuale e cerebrale e della memoria collettiva, onde evitare che poi queste radiazioni si propaghino per anni.
Meglio fermarle, meglio immunizzarsi.
Intanto era chiaro a tutti che se fosse vero quello che è stato raccontato non si capirebbe per quale motivo questo signore è dovuto scappare dall'Italia in fretta e furia, per sfuggire a varie sentenze di condanna e a un destino di galera, visto che Craxi era stato condannato a dieci anni di galera.
Voi sapete com'è difficile in Italia riuscire a condannare un potente, non dico a dieci anni ma a dieci minuti di galera.
Lui era riuscito a totalizzare dieci anni e, se non fosse morto prematuramente, ne avrebbe totalizzati altri perché c'erano tanti altri processi per tangenti che avevano già superato la prima fase e probabilmente Craxi se la sarebbe cavata con una ventina d'anni di galera, visto quel poco che si era scoperto rispetto a quello che aveva fatto.
Soprattutto, non si capirebbe per quale motivo questo statista di fama mondiale, nei periodi di massimo fulgore, riuscisse a ottenere il 14 e qualcosa percento dei voti.
All'epoca si votava col proporzionale. Il miglior Craxi ha ottenuto meno voti del peggior Fini, perché voi vi rendiate conto di quanto poco gli italiani si fossero accorti di questo tesoro che avevano in casa, incompreso.
Il tesoro di Craxi
In compenso il tesoro ce l'aveva Craxi che in Svizzera era tenutario di due conti, il conto Constellation finanzier e il conto Northen Holding, che gli gestiva un suo compagno di scuola, Giorgio Tradati, fiduciariamente – un prestanome – sui quali accumulava i soldi delle tangenti che le più grandi imprese italiane gli pagavano.
Dalla Fiat, all'Olivetti, alla Fininvest, il gruppo Ligresti, il gruppo Torno... vari grandi costruttori, piccoli e medi.
Soldi suoi, non soldi del partito. Poi c'erano anche le tangenti per il partito che venivano gestite su altri conti, sempre in Svizzera, da un altro gestore che era il tesoriere del partito, l'On. Vincenzo Balzamo.
Sui soldi personali di Craxi andò poi a spazzolare tutto un barista di Portofino che Craxi designò al posto di Tradati, quando nel 1993 temeva che Di Pietro e il pool di Milano gli sequestrassero la roba sua.
Cioè era roba nostra però se ne era appropriato lui.
Raggio fu mandato in Svizzera: era il fidanzato della contessa Vacca Agusta , una vecchia amica di Craxi che abitava a Portofino, spazzolò i conti, portò via cinquanta miliardi di lire che Craxi teneva in quel momento e scappò in Messico, dove rimase latitante per un paio d'anni.
Una volta preso confessò e fece la lista della spesa, dimostrando che Craxi quei soldi non li usava per il partito ma per se, e infatti i giudici poi hanno ricostruito questa lista della spesa.
Una lista che fa un po' spavento se uno pensa alla fama che hanno costruito intorno a questo presunto statista, che in realtà era un comune ladro, se “ladro” ha ancora il senso che gli abbiamo dato nei vocabolari: persona che si appropria di denaro altrui.
Si era comprato appartamenti a Barcellona, New York, La Tuille, Milano, Madonna di Campiglio.
Si era comprato un aereo privato del valore di un milione e mezzo di dollari, aveva regalato alla sua amica – la possiamo chiamare così – Ania Pieroni una televisione. Non un televisore, proprio una stazione televisiva, Roma CineTV, che pagava a botte di cento milioni al mese.
Non bastando, le pagava anche la servitù, l'autista, la colf e le acquistò – sempre a questa ragazza dalle doti spettacolari – un hotel, l'hotel Ivanhoe, a Roma e un appartamento.
Poi, naturalmente, c'erano gli affetti familiari: il fratello Antonio era un signore, dev'essere anche simpatico, che si era invaghito del guru Sai Baba, quindi pascolava per le indie al seguito del Sai Baba.
Era piuttosto squattrinato e una Craxi, coi soldi nostri, gli comprò una villa e un'altra volta gli prestò 500 milioni di lire che non rivide mai più, tanto non erano suoi.
C'era la cognata che si occupava di queste vicende, mi pare che si chiami Silvy.
Poi c'era il figlio Bobo, che a Milano in quel periodo sentiva un'aria poco favorevole, e gli affittò un bel villino a Saint Tropez perché andasse anche lui esule a svernare lontano da occhi indiscreti e malevoli.
Queste ed altre sono le destinazioni di quei soldi, ma ieri sera la parola “tangenti” non è mai risuonata in tutta l'ora del cosiddetto documentario perché si parlava d'altro.
Craxi, lo Statista che fece la Storia.
Voi avete visto, a Craxi sono stati attribuiti tutti i grandi avvenimenti dell'ultimo secolo, mancava soltanto, per motivi anagrafici, che gli attribuissero anche la vittoria nella prima Guerra Mondiale alla battaglia di Vittorio Veneto o alla guerra di Crimea ai tempi del Risorgimento, o un ruolo decisivo nel Congresso di Vienna.
Ma solo perché non era nato, altrimenti l'avremmo visto spuntare anche al Congresso di Vienna con un bel parrucchino.
In compenso gli hanno attribuito la caduta di Pinochet, il ritorno della democrazia in Cile; la Primavera di Praga; la battaglia dell'Occidente contro i missili dell'Unione Sovietica.
Se l'Unione Sovietica ha dovuto disarmare e poi è tracollata è stato merito di Craxi.
Gli hanno attribuito meriti clamorosi nella vittoria di Solidarnosc in Polonia, gli hanno attribuito addirittura la paternità di Blair.
Blair sarebbe un figlioccio di Craxi: Blair non lo sa ma è un figlioccio di Craxi.
Gli hanno attribuito la caduta del Muro di Berlino, trionfi in tutto il mondo e su tutto l'Orbe Terracqueo.
Addirittura, a un certo punto, si è sentito che Craxi sarebbe il padre dell'Europa.
Noi credevamo che fossero De Gasperi, Shuman e Adenauer: no, l'Europa che ci piace come la conosciamo ora nasce a Milano negli anni Ottanta, per merito di Craxi.
Questo abbiamo sentito dire ieri sera: Craxi che lotta contro i militari sudamericani, Craxi anticomunista perché l'Italia, se non lo sapevate, è stata governata per cinquant'anni dai comunisti, tranne il periodo in cui c'è stato Craxi.
Questa è la versione che ci hanno dato, e quando si faceva accenno alla Democrazia Cristiana era per dire che questa stava con i comunisti.
In realtà non c'è mai stato nessun governo con ministri comunisti, mentre dagli anni Sessanta al Novantadue tutti i governi, salvo rare eccezioni, hanno avuto ministri democristiani e socialisti.
Si sono dimenticati di dire che questo portentoso anticomunista di Craxi governava a Roma con i democristiani e nelle giunte locali con i comunisti.
Lui governava sempre, l'alleato cambiava a seconda di chi era a disposizione.
A Milano, per esempio, le giunte rosse erano capitanate da suo cognato Pillitteri.
Ma anche di questo familismo amorale di Craxi, che aveva sistemato il cognato a sindaco di Milano, il figlio al vertice del Partito Socialista milanese, una corte di nani e ballerine non si è minimamente sentito raccontare.
E' stato elogiato Craxi perché si opponeva alla linea della fermezza, cioè voleva trattare con le Brigate Rosse, e questo elogio arriva dagli stessi che oggi ci dicono che bisogna avere una linea della fermezza contro il terrorismo, quello degli altri: quando il terrorismo ci tocca allora bisogna trattare.
Questa è la loro posizione.
Ci hanno raccontato che Pertini era un grande amico di Craxi, proprio un suo sponsor, mentre sappiamo benissimo che Pertini non sopportava Craxi e faceva delle sfuriate incredibili, anche pubbliche, nei confronti di questo ducetto che si comportava come se l'Italia fosse diventata una Repubblica presidenziale o, anzi, come una Repubblica dove comanda il premier.
Ci hanno fatto vedere che Craxi fu il primo a toccare il tabù della intoccabilità della Costituzione, come se fosse un bene predicare contro la Costituzione del proprio Paese – una cosa che si può fare soltanto in Italia, quello di sputare sulla propria Costituzione e di vantarsene come se fosse un merito.
Fu il primo a denunciare la politicizzazione della magistratura: non hanno precisato che Craxi si accorse della politicizzazione della magistratura quando i magistrati cominciarono ad arrestare i socialisti che rubavano.
Quando presero i socialisti della giunta di Torino, giunta rossa, che rubavano. Giunta capitanata da un galantuomo, come Diego Novelli, ma dentro c'erano anche delle persone che si sono scoperte essere permale e che infatti Novelli immediatamente segnalò, grazie alla denuncia di un imprenditore alla Procura della Repubblica.
Quando i magistrati andarono a prendere un altro boss socialista, Teardo, in Liguria, quando furono scoperti scandali che riguardavano ruberie socialiste in tutti gli anni Ottanta; quando Beppe Grillo fu cacciato dalla Rai per avere cominciato a dire quello che la vox populi sapeva e diceva sottovoce da tempo, cioè che i socialisti erano diventati dei gran bei forchettoni.
Craxi, quando cominciarono a prendere i ladri di casa sua, sentendo ovviamente avvicinare le sirene a se stesso, tuonò contro la politicizzazione della magistratura e questo viene addotto come un suo merito, mentre in realtà è l'inizio di una deriva devastante del potere politico che attacca il potere giudiziario quando questo ci vede molto bene e le rare volte che faceva il suo dovere, negli anni Ottanta.
Craxi aveva magistrati amici suoi: consulente a Palazzo Chigi, quando Craxi fu presidente del Consiglio tra l'83 e l'87, c'era il giudice Squillante che poi si è scoperto prendere soldi in Svizzera dagli avvocati dei suoi imputati, a cominciare da Previti.
Squillante era il consigliere giuridico di Craxi, era una specie di attaché del Partito Socialista nella magistratura romana dove era il vice capo dell'ufficio istruzione e, con il nuovo codice, il capo dell'ufficio GIP.
Era quello che decideva chi si arresta e chi no, chi si rinvia a giudizio e chi no, e infatti non rinviava a giudizio e non arrestava mai nessun socialista, nemmeno sotto tortura, era contro i suoi princìpi.
Ma questo, naturalmente, non era un giudice politicizzato perché era un giudice che, ad honorem, aveva la tessera del PSI, anzi la tessera col faccione di Bettino Craxi.
Berlinguer tirò fuori la questione morale e infatti, nel documentario, viene dipinto come un losco figuro, uno che parla di questione morale in casa socialista è come uno che parla di corda in casa dell'impiccato, o meglio uno che parla di manette in casa del ladro.
Ci viene raccontato che quando Berlinguer manifestava contro gli euromissili era pagato per fare quelle manifestazioni dall'Unione Sovietica.
Craxi, i terroristi e Saddam Hussein.
Ci viene raccontato l'episodio di Sigonella, che ancora purtroppo, secondo molti, è considerato uno degli aspetti migliori della carriera politica di Craxi perché nessuno si ricorda più come andarono le cose.
Un commando di terroristi dell'OLP, capitanati da Abu Abbas, aveva sequestrato una nave da crociera dell'Achille Lauro in acque italiane, nel mediterraneo.
Il governo italiano, presidente del Consiglio Craxi, ministro degli esteri Andreotti, ministro della difesa Spadolini, trattarono con il presidente egiziano Mubarak perché si arrivasse ad una soluzione incruenta e promisero a lui, e quindi ai palestinesi che erano in collegamento diretto con Arafat che come al solito faceva il doppio gioco, che se se si fossero consegnati non sarebbero stati affidati agli americani ma sarebbero stati giudicati dalla giustizia italiana.
Questo ufficialmente venne detto, cosa fu pattuito segretamente lo possiamo immaginare da quello che successe dopo.
Quando i terroristi, una volta consegnati, arrivarono su un aereo militare nella base americana di Sigonella, successe che gli americani tentarono di farseli consegnare per portarli in America e processarli.
Li volevano processare perché, contrariamente a quello che si erano impegnati a fare, cioè una fine incruenta del sequestro, si era scoperto che questi tagliagole dell'OLP, di Abu Abbas e dei suoi uomini, avevano assassinato un ebreo paralitico anziano americano, che era in crociera in carrozzella, Leo Klinghofer, e avevano lanciato il cadavere nel mare.
C'era la chiglia dell'Achille Lauro sporca del suo sangue.
Questi assassini gli americani li volevano processare nel loro Paese: giustamente, l'Italia disse: “il delitto è avvenuto in Italia, li processiamo noi”.
Certo, ma si sarebbe dovuto prendere questi terroristi e affidarli alla giustizia italiana.
Invece, si presero i pesci piccoli cioè i membri del commando, ma il capo della banda, l'ideatore del sequestro, Abu Abbas, fu caricato su un aereo dei servizi segreti, spedito in Iugoslavia e di lì mandato in Irak, dove c'era Saddam Hussein pronto ad accoglierlo a braccia aperte.
Il governo Craxi ha preso il capo di una banda di terroristi che hanno sequestrato una nave e hanno assassinato un ebreo paralitico anziano in carrozzella a sangue freddo e lo ha gentilmente consegnato a Saddam Hussein, per evitare che venisse processato in base a un delitto commesso in Italia.
Tant'è che Abu Abbas fu condannato in contumacia all'ergastolo, ma non scontò mai la pena ed è morto due o tre anni fa a Baghdad durante le operazioni di guerra, peraltro per ragioni naturali.
Questo è il caso Sigonella: non è vero che Craxi difese a spada tratta la sovranità italiana, Craxi sottrasse il capo di una banda di assassini terroristi alla giustizia italiana per farlo scappare in Irak, dove in quel periodo c'erano le armi di distruzione di massa perché Saddam Hussein si stava occupando di gassare curdi e altre minoranze.
Ieri questo non ci è stato raccontato, ci è stato raccontato che fu un capolavoro diplomatico e che anzi furono tutti contenti, che la cosa finì a tarallucci e vino tra applausi generali.
L'On. Gerry Scotti e boom del debito pubblico.
Per fortuna c'erano gli spot, in questo vergognoso documentario, e si vedeva Gerry Scotti che annunciava qualche programma da lui presentato.
Nessuno ha raccontato che l'uomo che si vedeva negli spot, Gerry Scotti, fu candidato al Parlamento da Craxi e fu eletto deputato.
Pensate, abbiamo avuto Gerry Scotti deputato, nessuno se lo ricorda.
E' stato uno delle più grosse conquiste ottenute da Craxi a livello politico, insieme a candidature be più terrificanti, visto che in Parlamento c'erano nani ballerine e diversi furfanti.
A Craxi è stata attribuita anche la crescita delle piccole e medie imprese: faceva tutto lui, era una cosa fenomenale.
Nessuno ha ricordato che per la sua politica economica - che è stata elogiata per tutto il documentario come se fosse un grande economista, uno che ha salvato l'economia italiana - nei quattro anni in cui fu al governo il debito pubblico passò da quattrocentomila miliardi a un milione di miliardi.
Cioè, è più che raddoppiato.
Il rapporto tra il debito e il Pil, fondamentale per rientrare nei parametri europei di Maastricht, passò dal 70 al 90%.
In quattro anni un debito pubblico che era ancora abbastanza accettabile esplose e ci portò completamente fuori.
Questo è il salvatore dell'economia italiana, lo stiamo pagando ancora adesso.
Quando voi sentite dire che abbiamo settanta miliardi di euro di interessi sul debito e viene sempre attribuito a misteriose eredità del passato, bene il grosso dell'eredità si chiama Craxi.
Naturalmente, nessuno ha fatto vedere i suoi rapporti affettuosi con Licio Gelli, con Squillante, con personaggi addirittura della mala milanese.
Ci è stato detto, invece, che lui ha abbattuto l'inflazione a due cifre, ci ha trasformati in una quinta potenza mondiale, sempre naturalmente contro i comunisti che lavoravano nell'ombra perché erano i padroni dell'Italia, figuratevi.
La latitanza di Craxi.
Ci è stato detto che nel 1992 il pentapartito era in grande salute, ha ottenuto un bel cinquantadue percento dei voti e poi non si capisce cosa sia successo perché il narratore smette di parlare e si cominciano a vedere gazzelle della guardia di finanza, i magistrati di Mani Pulite, facce, circostanze e titoli di giornale.
Ma non c'è nessuno che descrive quello che è successo: è ovvio, perché se avessero dovuto descrivere quello che è successo avrebbero dovuto raccontarvi i nomi dei conti in Svizzera, i cinquanta miliardi che c'erano dentro, le spese private personali e familiari che faceva coi soldi che aveva rubato a noi.
La fuga per sfuggire, latitante, alle leggi del suo Paese, le condanne che nel frattempo si accumulavano, le confessioni che tutti quelli che gli avevano dato i soldi stavano facendo.
Alla fine ci hanno fatto sentire solo la sua versione dei fatti, cioè il suo discorso alla camera che è un altro dei grandi fraintendimenti, delle grandi leggende metropolitane perché ci viene raccontato come un grande discorso di verità e di coraggio.
In realtà non ci vuole nessun coraggio, essendo protetti dall'immunità parlamentare, ad andare in Parlamento e dire: “Signori, qui abbiamo rubato tutti: chi pensa che non sia vero si alzi in piedi e giuri”.
Questo ha fatto lui e questo si è vantato di avere fatto in un'intervista trasmessa in questo documentario.
Non ci vuole nessun coraggio perché non è che Craxi, alla fine di quel discorso, visto che diceva “ho rubato anche io”, per la sua parte di furti si è spogliato dell'immunità parlamentare e si è consegnato nella più vicina questura o caserma dei Carabinieri o della Guardia di Finanza perché gli mettessero le manette e lo portassero via a espiare la pena delle porcate che aveva commesso.
No, lui diceva “abbiamo rubato tutti” perché sottintendeva “quindi ci salviamo tutti, con una bella legge salvaladri”.
Questo era il discorso di Bettino Craxi.
Indipendentemente dal fatto che avessero rubato tanti altri - e infatti ne hanno presi tanti altri di sinistra, di centro, di destra; Mani Pulite sapete che ha preso di tutto, comunisti, persino un missino, democristiani, repubblicani, liberali – tu sai quello che hai fatto, l'hai appena detto, vai e paghi.
Questo non è avvenuto e non c'è niente di coraggioso in quello che ha fatto.
Quello era un ricatto, era un discorso ricattatorio e se c'è qualunquismo in Italia, se si dice nei bar che è tutto un magna magna, che rubano tutti, che sono tutti uguali, è colpa di discorsi come quelli.
E' colpa di chi va in Parlamento e dice che rubano tutti.
Quando dici “qua rubano tutti” autorizzi la gente a pensare che sono tutti uguali.
Voi potete pensare che i mille parlamentari che c'erano in quel momento tra Camera e Senato rubassero tutti? Evidentemente no, c'erano un sacco di persone perbene.
Semplicemente non potevano giurare sull'onestà di tutto il resto del loro partito, ma dato che la responsabilità penale è personale, su Craxi e su tanti altri si sono trovate le prove perché c'erano ma magari su altri non si sono trovate perché le hanno nascoste, su altri ancora non si sono trovate perché non c'erano.
E' quello che porta al qualunquismo, ed è strano che un uomo che con quel discorso e con le sue ruberie ha distrutto il più antico e glorioso partito cento anni dopo la sua nascita - perché il Partito Socialista è stato il primo partito italiano e Craxi lo ha distrutto, non i giudici, come Moggi ha portato la Juventus in serie B e non i magistrati – non venga ricordato come il distruttore del Partito Socialista.
Dopo che la gente ci era morta per costruirlo e per ricostruirlo durante la Resistenza, la gente ci aveva speso, dal più umile dei militanti ai grandi leader come Pertini, Nenni, Riccardo Lombardi, Turati.
Perché continuano a beatificare proprio quello che lo ha distrutto, portandolo nel fango e nello sterco?
Perché certi favori poi si pagano anche postumi: invece di raccontarci le tangenti, le valigette, i soldi, ci hanno raccontato la giustizia politica, la giustizia a orologeria, i suicidi in carcere.
Sappiate che per Mani Pulite non si è suicidato nemmeno un imputato. Quando dico nemmeno uno, vuol dire nemmeno uno: zero sono i suicidi in carcere dell'inchiesta Mani Pulite.
Abbiamo sentito parlare di golpe.
A un certo punto Craxi fa un parallelo tra l'inchiesta Mani Pulite e le bombe che la mafia sta mettendo in quel momento.
Di Berlusconi non si è parlato in tutto il documentario, come se Berlusconi non esistesse, come se gli imprenditori fossero solo De Benedetti e Romiti.
Berlusconi non c'era: i ventuno miliardi che ha pagato a Craxi tramite la All Iberian sui conti in Svizzera, le due leggi che gli ha fatto Craxi negli anni Ottanta per neutralizzare le ordinanze dei pretori sulla Fininvest, la legge Mammì che gli ha scritto su misura per mantenere il suo monopolio sulla TV privata.
Craxi che festeggia con Berlusconi lo scampato pericolo quando nell'Aprile 1993 la Camera nega l'autorizzazione a procedere chiesta dai giudici di Milano.
Berlusconi che scende in campo calpestando la memoria di Craxi, fingendo quasi di non conoscerlo e dicendo: “Io sono Mani Pulite, basta con questi partiti che rubano”.
Non si è detto una parola su niente, non s'è detto una parola sui rapporti tra Craxi e l'imprenditoria più losca del Paese.
Craxi è stato presentato come uno che contrastava le grandi famiglie del salotto buono del capitalismo, quando poi in Svizzera nei suoi conti arrivavano i soldi dalle grandi famiglie del salotto buono.
Persino De Benedetti a un certo punto confessò di aver pagato tangenti a Craxi perché se no nella pubblica amministrazione non lo lasciavano entrare.
Che la Fiat l'abbia pagato è scritto in sentenze definitive, eppure Craxi viene presentato come un ostacolo, una pietra d'inciampo delle grandi famiglie.
Alla fine si vede la spiaggia di Hammamet, il mare, il tramonto e ogni tanto compaiono anche i ritratti di Mazzini e Garibaldi, come per dire “avete capito che questo non è un latitante, ma un esule”.
Purtroppo Mazzini e Garibaldi non rubavano, questa era la differenza: non erano scappati dall'Italia perché rubavano ma evidentemente per motivi politici.
Per chi vorrà approfondire è inutile che vi dica che ci sono libri, documenti, delle sentenze (ne metteremo altre sui nostri blog).
Tenete presente che c'è un motivo per cui va in onda oggi.
Non c'è nemmeno la cifra tonda dei dieci anni, sono nove gli anni dalla scomparsa di Craxi.
La ragione per cui è andata in onda questa agiografia è perché, insieme a Licio Gelli, si sta avverando il progetto craxiano: presidenzialismo e controllo politico sulla magistratura.
E' sembrato giusto, a chi di dovere, dopo il grande ritorno televisivo del Gran Maestro Unico Licio Gelli, con tanto di grembiulino, omaggiare anche un altro ispiratore di questi tempi mefitici e laidi che stiamo vivendo.
Passate parola."
« L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto. Ma dimmi un poco, ma tu non ne conosci di gente che è disonesta, che non è stata mai condannata perché non ci sono le prove per condannarla, però c’è il grosso sospetto che dovrebbe, quantomeno, indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia, non soltanto essere onesti, ma apparire onesti, facendo pulizia al loro interno di tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti, anche se non costituenti reati. »
In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parla anche dei legami tra la mafia e l'ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Marcello Dell'Utri, Vittorio Mangano e Silvio Berlusconi. Alla domanda se fosse Mangano un "pesce pilota" della mafia al Nord, Borsellino risponde che egli era sicuramente una "testa di ponte dell'organizzazione mafiosa nel Nord d'Italia". Sui rapporti con Berlusconi invece si astiene da giudizi definitivi non sentendosi autorizzato a parlare di inchieste giudiziarie in corso da parte di altri magistrati.
1. Michelle Obama Così combattiva e poco conformista che durante le primarie le cose più forti le ha dette lei. Così orgogliosamente nera e naturalmente elegante che la prossima padrona della Casa Bianca sarà l’unica in grado di rilanciare le vendite dei giornali di tutto il mondo.
2. Ingrid Betancourt Dopo un blitz controverso il governo di Bogotà annuncia la liberazione dell’ex candidata alle elezioni presidenziali dopo sei anni di prigionia. Tripudio in tutto il mondo. Poi sbaglia qualche intervento e incrina la sua immagine.
3. Angela Merkel Cucù: la premier tedesca e l’argentina Cristina Fernandez Kirchner sono le uniche donne presenti al vertice G-20. Sulla crisi non invita i tedeschi a consumare e punta il dito contro la finanza anglosassone.
4. Emma Marcegaglia Esemplare raro: una donna che conta nella nostra economia. Così decreta il Wall Street Journal, che la inserisce (unica italiana, appunto) nell’annuale classifica delle cinquanta da tenere d’occhio.
5. Shirin Ebadi Avvocatessa iraniana, Nobel per la pace 1993, difende i diritti delle donne contro il regime di Teheran. Attualmente difende 50 ragazze arrestate dopo una pacifica protesta.
6. Eluana Englaro Il suo caso riporta all’ordine del giorno il tema del testamento biologico. Un problema etico e giuridico con il quale, conclusa la vicenda umana, dovrà fare i conti la politica.
7. Aisha Omar Ginecologa somala, premiata a Saint Vincent “Donna dell’anno”. Denuncia l’orrore dell’infibulazione. Nel Corno d’Africa, dove il 90 per cento delle donne l’ha subita.
8. Letizia Moratti Con l’Ecopass ha diminuito le auto in centro, con il bike sharing ha messo in sella i milanesi. Ora pedalano a tutta velocità verso l’Expo. Tra grattacieli contestati e piste ciclabili mai realizzate.
9. Tzipi Livni Prima israeliana agli Esteri, dopo Golda Meir. Studia da premier, i sondaggi non la premiano. Ma il futuro di Tzipi Livni potrebbe essere più rapido del suo nome.
10. Carla Bruni Sposa Sarkò, lancia un nuovo album, si inchina alla Regina. Un anno di copertine con l’affondo finale a Berlusconi, causa gaffe su Obama: “Sono felice di essere diventata francese” dice. Cossiga acido: “Anche noi”.
11. Martine Aubry Per contrastare Sarkozy, i socialisti francesi si affidano a lei. Che batte Ségolène Royal (con soli 102 voti e molte polemiche) diventando la prima donna segretario.
12. Ophrah Winfrey Opinion maker di indubbio fiuto, si è esposta per Obama quando era poco conveniente farlo. E, come al solito, non ha sbagliato cavallo.
13. Meryl Streep A 59 anni si arma di spandex e balla e canta le hit degli Abba in Mamma Mia! dopo Titanic secondo film più visto di tutti i tempi. Da copiare. Lo spandex, almeno.
14. Anna Canepa Magistrato anti-mafia, si offre volontaria alla procura di Gela, sede deserta per eccellenza. Con il plauso del presidente Giorgio Napolitano.
15. Josefa Idem Quarantaquattro anni, due figli. A Pechino atletica e ginnastica affondano ma la canoista italiana sfiora l’oro. E insiste: «Mi rivedrete».
16. Donatella Finocchiaro Ama, uccide, soffre nei panni della capobanda pugliese Lucia nel film Galantuomini. Convince pubblico e critici. E vince il Festival di Roma
17. Marina Berlusconi Per Forbes è la donna più potente d’Italia. Presidente di Fininvest e di A. Mondadori Editore, è entrata nel cda di Mediobanca. Dove il padre aveva trovato sempre porte chiuse.
18. Rosaria Capacchione Cronista del Mattino, scrive solo di clan. A marzo la minacciano, a ottobre le entrano in casa. Ma lei non si ferma e rilancia. Con un libro: L’oro della camorra.
19. Nujood Ali A dieci anni è la prima yemenita a rompere la tradizione dei matrimoni combinati. Chiede il divorzio e il Tribunale le dà ragione. Ora, tornata a scuola, sogna di diventare avvocato. Per difendere tutte le spose bambine.
20. Tina Fey Una comica in campagna elettorale: con l’imitazione di Sarah Palin ridicolizza la candidata e colpisce nel segno.
21. Miriam Makeba Dal Sudafrica a Castelvolturno per combattere i mille volti dell’apartheid. Mama Africa ha detto addio al mondo come forse sognava: sul palco, dopo aver cantato Pata pata contro la camorra e il razzismo.
22. Hillary Clinton Alle primarie è sconfitta con onore, ma mostra anche il suo lato più cinico. Ora sta alla destra di Obama. Riuscirà a contenere la sfrenata ambizione e l’interventismo di Bill?
23. Stephenie Meyer Dal suo tinello in Arizona, una casalinga mormone scrive tre libri sui vampiri e fa il botto. Ora Twilight insidia Harry Potter.
24. Julia Latynina Lavora a Novaya Gazeta, il settimanale indipendente di Anna Politkovskaja e come lei scava nei misteri della Russia di Putin. Il Corriere della Sera le assegna il Premio Cutuli.
25. Ellen Johnson Sirleaf Prima africana eletta presidente, deve portare avanti il compito che si è data: dire la verità sui 24 anni di guerra civile che hanno devastato la Liberia.
26. Aung San Suu Kyi Per Time, che la mette nella top 100 del 2008, è la Mandela di oggi. Dopo l’ennesima proroga degli arresti domiciliari il Nobel per la pace nel ‘91 insiste: la Birmania sarà democratica. Prima o poi.
27. Sheila Bair A capo della Federal Deposit Insurance Corporation, ha salvato 11 banche dal fallimento e i depositi di milioni di americani. Forbes la considera la seconda donna più potente al mondo.
28. Laura Pausini Quaranta milioni di dischi venduti, un Grammy, un concerto a San Siro. Dietro la voce italiana nel mondo si nascondeva una ragazza insicura (e grassoccia). Acqua passata.
29. Rose Mukantabana Attivista di ActionAid in Africa, viene eletta alla Camera e diventa la speaker del Parlamento ruandese, il primo al mondo a maggioranza femminile.
30. Farshid Moussavi Iraniana, firma progetti di quartieri da 50mila metri quadrati. Come il pluripremiato Carabanchel Housing di Madrid.
31. Renata Polverini La prima donna a capo di un sindacato (Ugl) e leader della destra operaia. E delle ospitate a Ballarò.
32. Susan Rice Obama l’ha scelta come ambasciatore all’Onu. Riuscirà a risollevare l’immagine dell’America e a sopportare un capo come Hillary?
33. María Garaña Madrilena, 39 anni, presidente di Microsoft Spagna. Una donna ai vertici nel mondo della tecnologia: roba da panda.
34. Leyla Zana Altri dieci anni di carcere inflitti alla leader curda, per reati d’opinione. Succede in Turchia, proiettatata verso l’Europa ma ancorata a un buio passato.
35. Yvonne Buschbaum A 28 anni, la campionessa tedesca di salto con l’asta fa il balzo più vertiginoso: cambia sesso. Ora è Balian e allena le ex colleghe.
36. Laura Boldrini Di rifugiati lei sa tutto, fa base a Lampedusa, dove aumentano gli sbarchi dei disperati. Riuscirà a conservare la sua energia contagiosa?
37. Suor Laura Girotto Il nord Etiopia ha rischiato la fame. Lei, salesiana di ferro, ha fatto arrivare container di cibo dall’Italia.
38. Arianna Huffington «Senza di me, Obama non sarebbe dov’è». Forse esagera, ma con il blog più influente al mondo (10 milioni di visitatori al mese) ha individuato in Internet una via d’uscita alla crisi dei media.
39. Irene Khan Dal 2001 segretaria generale di Amnesty International. Un mastino in difesa dei diritti umani.
40. Yayoi Kusama È la più famosa artista giapponese vivente. E, dopo che Christie’s ha battuto una sua opera per 6 milioni di euro anche la più quotata al mondo. Con i suoi pois moltiplicati all’infinito.
41. Suzy Menkes Sarebbe in pensione. Ma la regina anglosassone del giornalismo di moda continua a graffiare. Gli stilisti? «Non hanno fantasia».
42. Nancy Pelosi Ha bloccato il piano di Bush che voleva regalare denaro fresco alle banche, mandando in tilt le Borse mondiali. Sarà la “ferocious” Nancy anche con Obama?
43. Mary Robinson L’ex presidente dell’Irlanda ed ex commissario Onu per i diritti umani si è meritata il ruolo, riconosciuto internazionalmente, di paladina degli ultimi.
44. Muriel Barbery Parte in sordina poi, d’estate, il suo L’eleganza del riccio è sotto ogni ombrellone: 750.000 copie vendute in Italia e un anno nella top ten grazie al passaparola.
45. Zeng Jinyan Manca all’appello dal giorno prima dell’inizio delle Olimpiadi, la moglie dell’attivista Hu Jia. La polizia segreta di Pechino ha zittito la blogger più popolare della Cina.
46. Ambra Medda Globe trotter di origini milanesi, a 26 anni rivoluziona il concetto di fiera d’arte: fonda il Design Miami/Basel, ritrovo cool per designer internazionali.
47. Jiang Min Poliziotta, eroina del terremoto in Sichuan: pur avendo perso la mamma e la figlia, è rimasta a lavorare tra le macerie fino a quando è svenuta.
48. Maureen Chiquet Direttore generale di Chanel, espone a Central Park la celebre borsa di pelle matelassé: «Anche in tempi bui la gente vuole vedere cose belle».
49. Sarah Brown «Orgogliosa di essere moglie di un politico che pensa alla gente»: così Sarah salva Gordon, al congresso del Labour. Poi a novembre, chiede il voto porta-a-porta, e salva il Labour.
50. Angelina Jolie Madre polivalente ha il mondo ai suoi piedi ma non il New York Times. Che l’accusa di manipolare la stampa in suo favore.
51. Janet Napolitano Metodista, democratica, italoamericana, lascia la guida dell’Arizona e si concentra sul terrorismo: sarà ministro della Sicurezza Interna con Obama.
52. Tyra Banks Secondo Time è tra le “persone più influenti nel mondo”. L’ex modella detta i trend, macina successi in tv e sostiene un programma per teenager disagiate.
53. Rania di Giordania I filmati sui musulmani diffusi dalla sovrana vincono il Visionary Award di YouTube.
54. Yelena Isimbaeva La campionessa mondiale di salto con l’asta, supera i cinque metri e conquista l’oro a Pechinino.
55. Amy Winehouse L’icona della trasgressività autolesionista ha un cuore dolce. A trascinarla agli inferi sarebbe stato il marito Blake Fielder- Civil. Per risorgere, lei ora lo liquida. Con un milione di sterline.
56. Nastia Liukin Nata in Russia, diventa americana e guadagna l’oro alle Olimpiadi. Si dichiara fan di Gossip girl e si regala una comparsata nella serie.
57. Pearl Lam Lady design a Shanghai produce a prezzi da capogiro pezzi degli autori più quotati, da Maarten Baas a Mattia Bonetti. E porta il made in China alle stelle.
58. Indra Nooyi Da ragazza dirigeva una band musicale. Il gruppo è cresciuto: oggi comanda 185 mila dipendenti della Pepsi.
59. Viktoria Mohacsi Ungherese rom, parlamentare Ue, visita gli accampamenti di Roma e Napoli. E ci bacchetta per come trattiamo le minoranze.
60. Carme Chacon Dopo la foto tra le truppe in Afghanistan con pancione, il ministro della Difesa spagnolo combatte con l’opinione pubblica tiepida sulle missioni di pace.
61. Karita Bekkemellem Parlamentare norvegese, da ministra per la Parità aveva deciso che tutte le società avessero il 40 per cento di donne manager. Ora deve difendere gli uomini.
62. Rachel Anne Maddow Il suo show migra dalla radio alla tv e la Msnbc raddoppia gli spettatori in prima serata. Grazie alla prima anchorwoman dichiaratamente gay.
63. Rola Dashti Economista, fondatrice della Women Participation Organization, tra le cento personalità più influenti del mondo arabo, si batte per il voto alle donne in Kuwait.
64. Susanna Camusso Sindacalista e ora delfina di Epifani alla guida della Cgil. Sarebbe la prima donna al vertice del maggiore sindacato.
65. Federica Pellegrini Strappa alla rivale Manaudou prima il fidanzato, poi record del mondo e medaglia d’oro olimpica.
66. America Ferrera Via gli occhiali e i chili di troppo: l’ex bruttina di Ugly Betty sfila sul tappeto rosso di Glamour Usa. “Orgoglio racchio” in tv.
67. Hanne Hathaway In Rachel sta per sposarsi fa dimenticare la disavventura con (l’ex) fidanzato truffatore. Non è più tempo di Pretty princess, ora si vive (e si recita) davvero.
68. Pipilotti Rist Svizzera, regina della videoarte, colleziona premi per le sue installazioni. Il Moma di New York la consacra con una proiezione su 7354 metri cubi.
69. Mariastella Gelmini Vuole premiare il merito ed eliminare gli sprechi. Ma la sua riforma della scuola ha avuto finora un unico effetto: coalizzare la protesta di studenti, genitori e docenti. Vinceranno le buone intenzioni o i tagli?
70. Simonetta Salacone Dalla periferia romana, una mite preside lancia la protesta contro la Gelmini. E l’Onda sale.
71. Ellen Page Interpreta la sedicenne incinta Juno, protagonista dell’omonimo film. Il movimento antiabortista cerca di arruolarlo alla causa. Inutilmente.
72. Sarah Palin Passerà alla storia come pittbull antifemminista col rossetto o per la cofana in testa? La carneade dell’Alaska non intende congelare le sue ambizioni.
73. Rachida Dati A Carla Bruni che le avrebbe detto: «Avresti voluto essere tu nel mio letto?» la ministra della Giustizia francese risponde con un colpo di teatro: resta incinta e tiene il segreto sul padre.
74. Beyoncé Regina del soul a soli 27 anni, si sposa con l’eterno fidanzato Jay-Z e al cinema diventa la grande Etta James.
75. Nathalie Rykiel Ex modella, direttore artistico della casa di moda fondata da mammà. Per Coca Cola Light ridisegna il look della celebre bottiglietta.
76. Giusy Ferreri Esplode il fenomeno della commessa di Abbiategrasso grazie al programma X Factor. Su internet, il suo singolo va meglio di Madonna.
77. JK Rowilng La mamma di Harry Potter confessa la depressione che a 25 anni la stava spingendo al suicidio.
78. Ségolène Royal Battuta alle presidenziali da Sarkozy e alla segreteria socialista dalla Aubry punta su un nuovo look. Ma non basta un camicione hippie per diventare una leader.
79. Valentina Vezzali Dopo l’oro di Pechino, la poliziotta va a Porta a Porta a flirtare con Berlusconi. Poi il Comando le vieta la tv. E obbedisce.
80. Luxuria Dice che sull’Isola sognava casa e mamma. Intanto i compagni si tormentano: vincere un reality è di sinistra radicale?
81. Rihanna Padrona delle classifiche internazionali, la ventenne delle Barbados stende i panni sporchi. Compreso un padre che si faceva di crack.
82. Lara Stone Olandese, 26 anni, fascino glaciale. Gli stilisti di mezzo mondo la vogliono.
83. Guo Jingjing Dal trampolino dei 3 metri, alle Olimpiadi, ha spiccato il salto direttamente nel jet-set fidanzandosi con il miliardario Henry Fok.
84. Margherita Granbassi Dura un mese il tormentone “Arma-non Arma”. Finché la fiorettista bronzo a Pechino sceglie: meglio Santoro della divisa. I carabinieri non gradiscono, ma Annozero vola.
85. Yulia Tymoshenko Il braccio di ferro con il presidente Yushchenko si risolve con un compromesso che allontana le elezioni. E la riporta a galla.
86. Miley Cyrus Meglio nota come Hanna Montana, idolo virginale della Disney. Chiede perdono per aver posato seminuda: 4 milioni di dollari l’anno valgono il pentimento.
87. Concita De Gregorio Prima donna direttrice dell’Unità riduce il formato ma le vendite calano.
88. Suzanne Tamim Il brutale assassinio della pop star libanese è al centro di un intrigo nel jet-set mediorientale. Dove spunta il figlio del presidente egiziano Mubarak.
89. Daria Zhukova Ragazza acqua e sapone, iscritta a medicina, modella per caso. Dal fidanzato miliardario Abramovich si fa regalare due quadri di Lucian Freud e Francis Bacon per 60 milioni di euro.
90. Asma al-Assad Già analista della Deutsche Bank, bella e impegnata. La first lady siriana, all’incontro dei capi di Stato mediterranei a Parigi, è riuscita a far deviare gli sguardi da miss copertina, Carla Bruni.
91. Urška Bacovnik Compagna del premier sloveno Janez Jansa, medico con fisico da modella, conquista le attenzioni di George Bush (che le parla all’orecchio) ed entra nel club delle first lady trendy.
92. Madonna Cinquant’anni da leonessa (ma i cedimenti ci sono, ci sono...), si libera del marito bamboccio, piange per il Malawi e debutta da regista.
93. Susanne Klatten Un gigolò svizzero-italiano le spezza cuore e portafoglio. Lady Bmw non si cura dello scandalo: ne parla in famiglia, lo denuncia e lo manda in galera.
94. Carol Thatcher Bagno di notorietà grazie alle confidenze sulla malattia dell’ex premier. E al titolo di Regina della giungla conquistato nel reality I’m a Celebrity.
95. Sabina Guzzanti Sul palco di piazza Navona va giù pesante contro il Papa e la Carfagna. Imbarazzi a sinistra ma da destra arriva la difesa di un deputato Pdl: suo papà Paolo.
96. Anne Will La stella del tg tedesco confessa l’amore saffico con un’altra telegiornalista. È effetto domino: la conduttrice del tg serale, la commissaria di un telefilm, un’altra giornalista.
97. Mara Carfagna Ha fatto scintille. Ma solo per le voci di telefonate hot con Berlusconi. Lei replica a suon di querele, ma dà pochi altri motivi per farsi notare.
98. Cristina Kirchner Il marito presidente non poteva ripresentarsi. Lei si candida come “moglie di...”. L’Argentina torna a vedere nero, ma lei non rinuncia all’hobby preferito, lo shopping.
99. Katharina Wagner Regista di poca fortuna sale comunque agli altari della lirica: la pronipote del compositore è nominata alla testa del festival wagneriano di Bayreuth.
100. Sara Jessica Parker È Carrie Bradshow nel film da Sex and the City, il più atteso dell’anno. Ma le quattro spavalde ragazze si trasformano in sciurette conformiste.
Giuria composta da: redazione di Io donna, Maria Luisa Agnese, Pierluigi Battista, Marco Pratellesi, Maria Laura Rodotà, Franco Venturini
(da CORRIERE.IT)